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22:53 | ID video: ZvIgHAmRGUI | Pubblicato: 2026-10-12it automatici (corretti a mano dove garbled)Sanfilippo dice: il reverse LLM fa paura ma non è il punto — il software si è sempre copiato nelle idee. La bomba vera è che in due con gli LLM puoi reimplementare da zero Photoshop, Illustrator, AutoCAD o Redis partendo da comportamento e documentazione, anche in clean room. La legge protegge solo codice identico e UI spiccicata (Lotus/Borland, Apple/Microsoft lo provano), quindi copiare paradigmi è legale. Risultato: tanto valore distrutto come con Linux e open source contro Sun e IBM, ma chance per piccoli team eccellenti, B2B e open sostenibile. Rischio finale: che le lobby ottengano più brevetti e copyright sul software.
Sanfilippo parte così: il discorso del reverse engineering fatto dagli LLM è un tema, ma solo fino a un certo punto.
Oggi c'è, dice, un:
esercito di appassionatissimi, instancabili lavoratori che sanno un botto di roba a basso livello, anche ad alto livello, che cercano di fare il reverse di algoritmi, di come funzionano altri programmi.
Se li punti su un binario, qualcosa tirano fuori. Si potrebbe pensare di mettere filtri, come è stato fatto per la cybersecurity — i modelli rifiutano di fare certe cose di security — e ottenere lo stesso per il reverse. Ma:
Quindi, dice, facciamo finta che questa situazione del reverse engineering tramite LLM:
è qui per starci.
Ma il punto del video è: c'è di peggio — cioè di più importante — del reverse.
Il software che in passato ha fatto un sacco di soldi — sistemi operativi, Office, fogli di calcolo — è sempre stato copiato nelle idee senza bisogno di decompilare nulla.
La carrellata, a memoria dell'autore:
VisiCalc → Lotus 1-2-3 → Excel → Google SheetsXerox PARC (nel transcript garbled «bel Laboratories», subito corretto dall'autore stesso in «Xerox, Palo Alto»)SQL, esplosione di cloniLa tesi giuridico-storica:
Il software è così, non è brevettabile.
Questo è un problema per fare business, ma è un vantaggio enorme per la disciplina, che corre con una velocità di innovazione che le discipline più regolamentate non hanno.
Dove ci sono soldi e interesse, conclude, chi ti copia lo trovi sempre. La capacità degli LLM di farlo si può anche vedere come democratizzazione di un processo che esiste da 40 anni, che rende disponibili cose prima replicate solo per interesse economico.
Il caso Adobe è quello dove la gente pensa al danno da copia. Sanfilippo distingue:
Perché quello che è contenuto in questi software non è un segreto industriale: sono algoritmi noti, e:
specialmente noti agli LLM che sanno tutto.
Fa l'esempio di Inkscape (nel transcript «Inscape»): non è un cattivo programma, ha limiti di UI. Ma se vuoi rifare Illustrator, il problema non è il reverse del binario.
Stesso discorso per retrocomputing ed emulazione console: lì il reverse puntuale di un algoritmo serve davvero, ma è una nicchia. Ci sono stati anche casi storici di software commerciale distribuito con sorgenti disponibili, sistemi operativi compresi: eppure accedere al listato, ricompilarlo, non lo rende legale. Dal binario al listato non è una reimplementazione.
Qui cita il suo esperimento diretto, quello del progetto ZOT — emulatore Z80 / ZX Spectrum 48k / CP/M scritto in C con Claude Code, documentato su antirez.com (febbraio 2026).
Il procedimento, come lo racconta nel video:
A quel punto, dice, hai un software che — se non copia esattamente UI, interazioni precise, gameplay identico nei giochi — è una reimplementazione legittima nella logica del clean room.
E aggiunge: agli LLM basta spesso solo il behavior + documentazione. Esempio che fa: reimplementare Redis con licenza non compatibile con AGPL partendo solo dal comportamento osservabile. Gli LLM ci riescono perché conoscono protocolli, strutture dati, algoritmi.
Da qui il giudizio:
sono più gli usi positivi che quelli negativi, e l'industria del software era già al di là del reverse per le reimplementazioni.
Copi solo i paradigmi di comodità — il modo in cui si interagisce con certi oggetti, così che l'utente di Illustrator non si ritrovi «un pesce fuor d'acqua» — che peraltro non si possono mettere sotto copyright. Il resto lo cambi, lo rendi più intuitivo, più potente.
Nota amara sui grandi vendor: quei software all'inizio erano frutto di team illuminati pieni di talento, poi l'azienda cresce e diventa meno capace di portarli avanti. Negli ultimi anni, dice, c'è stato un crollo della capacità creativa nelle grandi aziende: una volta ogni nuova versione era una festa, c'era pensiero dietro. Ora da tempo non è così. I piccoli team invece possono rifarlo.
Rivolta la frittata:
Il fatto che io posso facilmente riprodurre qualsiasi software che so utilizzare, so cosa fa, segna effettivamente la fine del software o meno? Per come lo conosciamo, le aziende sono destinate a fallire?
I problemi per le aziende sono gravi. L'altro lato: più persone avranno accesso a software buoni senza pagarli. Complessivamente, dice, finirà per essere una cosa positiva, anche se ci saranno meno aziende a fare soldi su queste cose e quindi meno aziende ad assumere sviluppatori.
Il risvolto dirompente è che ognuno può avere il proprio mezzo come lo vuole: questi software diventano duttili, li trasformi e li pieghi.
Gli ordinamenti USA ed europeo, dice, su questa materia si assomigliano.
Esempio AutoCAD: nessuno ti può vietare di fare una feature «scegli il comando, scegli due punti, il cerchio passa da lì». Puoi fare la funzione e puoi copiare anche l'operatività — scegli il comando, fai il cerchio per due punti.
I problemi legali arrivano solo se la UI diventa troppo simile: stessa icona, stessa disposizione, tutto spiccicato. Ma anche lì:
Va bene per le grandi aziende che fanno causa a destra e a manca o acquisiscono per 10 milioni il piccolo team di «telescappati di casa intelligenti e capaci». Per il software piccolo copiato da tanti, la protezione diventa complicata.
I precedenti, dice, non sono rassicuranti per chi vuole proteggere.
Lotus contro Borland per il foglio di calcolo: menu, struttura, idee replicate senza grandi conseguenze finali. La storia processuale è lunga — primo grado per Lotus, poi la Corte d'Appello del First Circuit nel 1995 ribalta tutto dicendo che il menu hierarchy è «method of operation» non copribile (17 U.S.C. § 102(b)), e la Corte Suprema nel 1996 conferma per parità di voti — ma il succo che resta all'autore è: VisiCalc e Lotus sono stati replicati infinite volte.Apple contro Microsoft sulle finestre e la UI: assomigliare in maniera generica non basta, devi farlo spiccicato per avere problemi legali.E la sua osservazione di fondo: se uno vede per la prima volta Lotus 1-2-3, dice «questa è un'idea peculiare, difficilissimo arrivarci in maniera indipendente» — incasellare dati numerici con formule e automatizzare processi senza saper programmare, un colpo di genio. Eppure non è stata protetta. In informatica, a differenza di altri settori, non si protegge quasi nulla tranne il codice sorgente esatto, non le idee.
L'eccezione: diventa complicato copiare quando il software è veramente specialistico e ci si è investito molto in idee.
Esempio: copiare DaVinci Resolve Studio (nel transcript «Vinci la versione studio») non è una passeggiata: dentro ci sono modelli di reti neurali, algoritmi, dettagli. Lo puoi fare, arrivi al 70%, va bene quasi per tutti — ma lo studio di Hollywood comprerà comunque DaVinci.
Quindi la prima vera protezione è il rapporto business-to-business: nessuno vuole usare una cosa buttata su GitHub (nel transcript «Gitab») per lavoro critico, a meno che diventi popolarissima.
E qui apre il tema della dispersione: se ognuno butta il suo clone su GitHub, la forza si disperde. Spera che piano piano emerga selezione.
Fa poi un parallelo storico anni 90: quando le occasioni lavorative per programmatori erano inferiori, il tempo libero lo si dedicava a scrivere open source. Con l'inflazione di programmatori stipendiati profumatamente per cose non complicatissime, ha visto calare «in maniera tragica» la scrittura di open source. Chissà che ora, con gente che perde il lavoro, non torni a fare «qualcosa di figo»: rilascio open con licenza che permetta comunque di farci soldi nei rapporti con aziende — sponsorship, donazioni, contratti di affidabilità . Il B2B torna interessante.
Fase in cui, dice chiaro:
un sacco di valore commerciale verrà distrutto.
Ma ci siamo già passati con Linux e l'open source:
Redis ha distrutto un botto di aziende nel database;Linux ha distrutto un sacco di aziende;PHP idem;Sun Microsystems (nel transcript «la SAN») è stata affondata anche dal software open source — con gli scontri con Oracle; se avessero avuto allora un database open source forse avrebbe fatto la differenza, ma enormi business si sono spostati;IBM è l'esempio lampante di chi resta agganciato ai processi business: catene di montaggio, grossi contratti, qualcuno che ti fa le cose — quello rimane in piedi.Ne siamo usciti con un'industria ancora più fiorente. Non è detto che accada di nuovo — «questa volta la detonazione è ancora più grande» — ma per chi fa cose veramente eccellenti, dice, c'è spazio. AutoCAD, Photoshop: la loro protezione era l'eccellenza.
La via d'uscita per le software house: tornare a emozionare gli utenti con rilasci ogni 6-12 mesi che introducono idee radicali nuove, prima da copiare, e magari fatte peggio dai copiatori perché «non tutti gli esseri umani sono uguali anche con gli LLM alla mano».
Cita poi, consigliandolo, un video di Carlo Blumer di Power3D (sentito nel video come «Carlo di Expower 3D / Carlo Blumen» per l'auto-sub) sul lavorare sul cliente, conoscerlo: se sai chi è la tua categoria di riferimento, le chiedi una cifra ragionevole — «non 2000 per una licenza di 2 anni» — dai aggiornamenti, sviluppi idee, ascolti il feedback e lo sintetizzi con grande capacità progettuale in funzioni belle, veloci. Quello resta.
Chiusura: se lo sforzo implementativo diventa minore e non media più il risultato, non è impossibile che le leggi sul software si irrigidiscano — più brevetti, più elementi soggetti a copyright.
Non ne sarebbe contento, tranne forse per periodi molto brevi di qualche anno con paletti precisi. In generale lo vede come un passo indietro: il settore è difficile proprio perché è così com'è, ed è per questo che è diventato enorme.
Ma il rischio c'è: meccanismi che cambiano, lobby che chiedono irrigidimento a gran voce. Si vedrà .
Di sicuro non sono riuscito a dare delle grandi risposte, ma spero che questi pensieri possano stimolare riflessioni in chi decide se fare azienda o meno nel software.
Lotus/Borland, Apple/Microsoft); tutto il resto — funzioni, operatività , paradigmi — è liberamente replicabile.VisiCalc, Lotus 1-2-3, Xerox PARC, Inkscape, DaVinci Resolve Studio, GitHub, Sun Microsystems; caso Lotus v. Borland, 516 U.S. 233 (1996); progetto antirez/ZOT e post «Implementing a clear room Z80 / ZX Spectrum emulator with Claude Code» (antirez.com, feb 2026); Carlo Blumer di Power3D (canale YouTube Power3D).00:00 - Reverse engineering con gli LLM: il tema è reale ma sopravvalutato~03:00 - Il software non è brevettabile: la storia lo dimostra~06:00 - Photoshop / Illustrator: non serve il reverse, basta reimmaginare~08:30 - Clean room con gli LLM: specifica → cancellazione → reimplementazione~12:00 - La vera discontinuità non è il reverse, è la reimplementazione facile~14:00 - Cosa tutela davvero la legge: solo UI spiccicata~16:00 - Lotus contro Borland, Apple contro Microsoft~17:30 - Quando è difficile copiare: DaVinci Resolve Studio~19:00 - B2B, open source e distruzione di valore come con Linux / Redis~21:00 - Il rischio: irrigidimento di brevetti e copyright